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Itinerario Amalfi

 
 
 

IL CUORE MONUMENTALE DI AMALFI



Di Amalfi si è già detto e scritto nel tempo che parlarne o raffigurarla ancora diventa superfluo. Eppure, di questa città delimitata nel breve ventaglio dei monti Lattari e l’infinito spazio del mare, chiusa fra il segno preciso della roccia e quello duttile e mutevole dell’acqua, l’essenza e l’anima sembrano sfuggire. Tratti rapidissimi di declivi costringono le case in un’architettura che dovunque sarebbe improvvisata e qui diventa fulcro che ignora l’estemporaneità. Strade in cui oriente e occidente rimescolano le carte e le tendenze, in cui le spiritualità mediterranee e levantine si intrecciano, si trasformano in un bazar aperto a opposti orientamenti, ma tale da annullarli tutti nella propria immutabile identità…
Il fitto reticolo di viuzze e gradini con candide casa di chiaro influsso orientale, è dominato dal Duomo. Segno di un passato splendore che conserva originali tratti arabo-siculi nel campanile a bifore, trifore e archi intrecciati e nel chiostro del Paradiso.
A più di uno apparve come una città da mille e una notte, d’oro e d’argento, ammantata di drappi, festosa nella sua ricchezza e nel suo fascino, ostentata nel suo coraggio e nel suo carattere cosmopolita, variabile e mutevole come solo l’estrema sicurezza consente; araba nella sua austerità, latina nella sua interiorità, percorse mari e vicende in un tempo in cui interi popoli venivano sopraffatti e uomini annientati.

Domenico Rea
Amalfi e l’epopea della carta



L’itinerario comincia e si conclude in piazza Duomo, toccando i principali monumenti del centro storico della città. Nonostante la sua modesta lunghezza si consiglia di coprire il percorso in almeno 2 ore, tempo minimo per la visita delle varie emergenze artistiche.


L’attuale piazza Duomo rappresentava durante l’età medievale una delle più importanti piazze del centro urbano ed era nominata platea Nova. La grande piazza pubblica, che confinava ad ovest con la platea Calzulariorum, e a nord con la platea Trulli, nacque infatti intorno alla metà del 1300 in seguito alla copertura del fiume Canneto. Oltre alle numerose botteghe, sulla platea Nova si affacciavano l’antica cattedrale e, durante il periodo normanno, anche il nuovo Palazzo Pubblico con l’annessa cappella di S. Pietro a Curte. Al suo poste sorge attualmente un grosso complesso architettonico, il Seminario Arcivescovile, contraddistinto dall’orologio solare nella facciata, fondato nel 1635 dall’arcivescovo Pichi e ingrandito notevolmente alla fine del secolo scorso, come ricorda la lapide commemorativa all’ingresso principale.
Nel versante meridionale della piazza è collocata una fontana, detta di S. Andrea Apostolo o del Popolo, realizzata nel 1760.

La sua attuale collocazione risale alla fine del secolo scorso, quando fu trasferita dalla posizione originaria ai piedi della scalinata del Duomo. Il complesso artistico è formato dalla statua marmorea dell’Apostolo, ai cui piedi sono quattro angeli anch’essi in marmo. Sui due lati si trovano, a sinistra, una colomba, e a destra un proteo marino, familiarmente conosciuto come "Pulicano". I lineamenti del suo volto, infatti, sarebbero derivati da quelli di un pescatore amalfitano così soprannominato. In posizione centrale è raffigurata una sirena. Sui lati esterni della vasca e intorno alla statua, iscrizioni letterarie umanistiche sulla città di Amalfi e sui suoi primati, nonché alcuni simboli civici.

Tutt’intorno alla piazza si affacciano vari edifici a più piani, costruiti in varie epoche. Alle spalle della fontana sorge un palazzo delimitato ad est dalla via Mansone I e ad ovest dalla Porta della Marina.

L’edificio, esternamente caratterizzato da posteriori elementi architettonici ottocenteschi, fu realizzato nel corso del basso Medioevo per ospitare il seggio dei nobili. Nello stesso palazzo aveva sede la corte del "protontino", il capo della marineria amalfitana, che vi conservava la copia originale della Tabula de Amalpha (scheda A). Con la fine dell’infeudazione del ducato (1583), l’edificio fu trasformato nella sede del governatore vicereale spagnolo.

Di fronte al Duomo si erge un edificio di colore giallo-ocra con elementi decorativi neoclassici, realizzato alla fine del ‘700. Sul lato orientale della piazza sale la lunga scalinata (57 gradini) realizzata nel 1728, che conduce all’atrio della Cattedrale dedicata a S. Andrea Apostolo. L’attuale facciata d’impronta romanica, alla cui realizzazione lavorarono gli architetti napoletani Enrico Alvino e Guglielmo Raimondi, fu ultimata nel 1891 in sostituzione di quella barocca crollata nel 1861.

Sulla nuova facciata furono applicate dalla ditta Salviati di Venezia le scene musive fedelmente riprodotte dai cartoni di Domenico Morelli. Il timpano presenta una scena dell’Apocalisse di S. Giovanni, con Cristo nei panni dell’imperatore bizantino, in trono tra i simboli dei quattro Evangelisti e affiancato dai regnanti della terra che gli rendono omaggio. Nella fascia sottostante, racchiusi in nicchie archiacute, sono raffigurati i dodici apostoli. Nelle prime ore pomeridiane i mosaici, recentemente restaurati, sono colpiti frontalmente dai raggi del sole creando degli effetti di luce e di colore.

Accanto alla Cattedrale si eleva il campanile costruito in più fasi tra il 1180 ed il 1276.

La base è composta da massicci blocchi squadrati di pietra, mentre il primo e il secondo piano fino alle cornici presentano bifore e trifore di stile romanico, con colonne e capitelli classici. La torre campanaria, contraddistinta da archi intrecciati segnati da una serie di maioliche gialle e verdi, evidenzia un chiaro influsso moresco.

Si prosegue attraverso la salita Carceri (così chiamata perché fin dal XVII sec. vi si trovavano le prigioni cittadine), che si dirama sulla scalinata della più ampia scalea che conduce alla Cattedrale.
Si giunge cos’ in un piccolo piazzale noto come largo Filippo Augustariccio, dal quale si sviluppano due vicoli: il Supportico S. Andrea sulla destra e via dei Prefetturi sulla sinistra. Continuando per quest’ultimo vicolo, dopo alcuni metri si svolta a destra lungo la salita Episcopio, si sale una rampa di scale e si gira ancora a destra, lasciando sulla sinistra la salita Corte del Bajulo.
Si arriva quindi così alle spalle del campanile, dove si apre sulla sinistra l’ingresso al Chiostro Paradiso, uno dei tre chiostri duecenteschi tuttora presenti in città.

Fatto costruire nel 1268 dall’arcivescovo Filippo Augustariccio, rappresentò a lungo il cimitero della nobiltà amalfitana. Col termine "paradiso" si indicava infatti nel Medioevo un luogo di sepoltura collegato ad una chiesa importante e circondato da un portico.
Il complesso architettonico, uno dei principali esempi del romanico  amalfitano è costituito da un quadriportico coperto con volte a crociera e presenta lungo le pareti esterne archi intrecciati di stile moresco, che scaricano su coppie di colonnine marmoree con capitelli a stampella. Lungo la parete sud, a destra dell’ingresso, la Cappella della Crocifissione, la più notevole delle sei cappelline affrescate realizzate nel chiostro dalle famiglie aristocratiche amalfitane tra la fine del XIII e l’inizio del XIV se., il suo spazio interno è scandito da due archetti a sesto ribassato che scaricano su di una colonnina scanalata con capitello tardo antico. L’affresco, di scuola giottesca, attualizza l’episodio della Crocifissione raffigurando i soldati in armature angioine. Nei due gruppi in primo piano, la Vergine Addolorata sostenuta dalle pie donne, e la Maddalena con S. Giovanni avvinti alla Croce. I numerosi incappucciati appartengono probabilmente alla congregazione del committente. In alto, Cristo fra i due ladroni. Uno degli angeli sospesi sulle croci sorregge un neonato a simboleggiare il trapasso dell’anima del ladrone. Strati sovrastanti mostrano inoltre resti di affreschi attribuibili al Cinque-Seicento.
Davanti alla cappella, un pluteo marmoreo avente da un lato un partito a tre funi intrecciate croci e ruote formanti nodi d’amore (motivi bizantini dell’VIII sec.), e dall’altro un bassorilievo del XVI sec. (Madonna con Bambino fra i SS. Andrea e Giovanni Battista). Sulla parete est, bassorilievo marmoreo con Madonna della Neve, dal pregevole panneggio delle figure; realizzato nella seconda metà del XV sec., è stato attribuito sia a Francesco Laurana che alla scuola di Domenico Gaggini. Fra i numerosi capitelli, urne, sarcofagi e rocchi di colonne di età classica, i frammenti di mosaici medievali che facevano parte dell’ambone della cattedrale, fra le diverse lapidi e sculture rinascimentali e moderne, spicca lungo la parete nord, davanti ad una nicchia archiacuta, un sarcofago di finissima esecuzione e vivace forza espressiva. Di origine greca, forse proveniente da Paestum, è databile al IV sec. a. C. e mostra sul fronte il ratto di Proserpina. Parte degli oggetti d’arte qui descritti, stanno per essere trasferiti (1995) nell’attigua Basilica del Crocifisso ave sarà istituito il Museo Diocesano d’Arte Sacra.

Al di sopra dell’ala est del Chiostro Paradiso sorge il Palazzo Arcivescovile.

Una sede episcopale doveva esistere ad Amalfi già alla fine del VI sec., come documenta una lettera del 596 inviata da Gregorio Magno al rettore delle chiese della Campania. L’edificio ha subito numerosi interventi di restauro e di ampliamento; attualmente è costituito da quattro piani e presenta coperture a tetto ed a volte. Oltre agli alloggi del vescovo, vi sono sistemati gli uffici della Curia, l’archivio e la grande sala capitolare. Dell’antica costruzione restano ben poche tracce, fra cui alcuni archi a sesto ribassato che sostengono un’ampia loggia e qualche volta a crociera.

All’uscita dal chiostro si trova a sinistra la Basilica del Crocifisso.

Attualmente a tre navate, costituisce la più antica cattedrale della città. Risalente  al IX sec., fu dedicata all’Assunta, antica protettrice di Amalfi, e ai Santi Cosma e Damiano. Essa sorse molto probabilmente intorno ad una più piccola cattedrale paleocristiana, di cui restano capitelli e colonne di spoglio, nonché transenne e balaustre ora conservate nel chiostro. Il portale d’ingresso dovrebbe invece far parte della cattedrale altomedievale. L’interno è costituito dalla grande navata centrale e da quella laterale meridionale, al di sopra della quale sporgono i matronei. La navata settentrionale dovette essere eliminata quando fu costruito il chiostro Paradiso. Al suo posto si notano due cappelle basso medievali coperte da affreschi risalenti al XIII-XIV sec., che sembrano essere una naturale continuazione di quelli presenti nel chiostro. Tra gli affreschi, di particolare rilievo quello del beato fra Gerardo Sasso di Scala, fondatore dell’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme. Interventi di restauro di questa primitiva cattedrale furono effettuati nel corso del XIII sec., come dimostrano le lunghe teorie di monofore e bifore archiacute, che si sviluppano lungo le pareti e sulla facciata.
Nel periodo della Controriforma la vecchia cattedrale , ribattezzata col nome di SS. Crocifisso, fu totalmente ricoperta dalla nuova veste barocca, poi eliminata nel corso di sessanta anni di lavori, iniziati nel 1931 per riportare alla luce la primitiva struttura romanica. All’interno è conservato un sarcofago marmoreo di età imperiale, riutilizzato nel 1449 per accogliere le spoglie dell’arcivescovo Andrea de Palearea, il cui emblema araldico è bene evidente al centro dell’urna.

Dalla basilica del Crocifisso si esce sull’atrio della Cattedrale, fatto costruire agli inizi del XIII sec. dal cardinale Pietro Capuano e dall’arcivescovo Matteo di Capua.

Sulla facciata esterna gli archi moreschi intrecciati scaricano su colonnine marmoree, mentre le pareti interne sono caratterizzate da grossi blocchi tufacei bicromi. L’attuale assetto architettonico è il risultato del rifacimento ottocentesco.
Le grosse colonne di marmo e di granito che scandiscono lo spazio interno sono in parte originarie, conservate oggi nel chiostro. Lungo la parete interna, affreschi raffiguranti scene della vita di Cristo e S. Andrea Apostolo, realizzati nel 1929 da Paolo Vetri, allievo di Domenico Morelli. Nell’atrio si affacciano i tre ingressi della nuova Cattedrale, di cui quello centrale presenta le porte di bronzo fuse a Costantinopoli nel 1060 e il portale marmoreo, risalente all’VIII sec., con figure antropomorfiche e motivi geometrico-floreali "ad otto" di arte longobarda.

Accanto all’antica Basilica del Crocifisso sorge la nuova Cattedrale, fondata dal duca Mansone I nel 987 ed ampliata agli inizi del XIII sec. dal cardinale Pietro Capuano. Fu dedicata sin dalle origini a S. Andrea Apostolo, divenuto poi il patrono della città. La nuova basilica, come la vecchia, è impostata su tre navate, un tempo separata da file di colonne classiche.
Nel corso del Medioevo le due cattedrali erano in diretta comunicazione, per cui costituivano un unico complesso architettonico a sei navate. Nel primo ventennio del XVIII sec. la cattedrale di S. Andrea fu totalmente riformata secondo lo stile barocco per volere dell’arcivescovo Michele Bologna. Le colonne furono quindi sostituite da pilastri intarsiati di marmi policromi, i matronei vennero occlusi mediante decorazioni settecentesche, e il soffitto istoriato con cassettoni in oro zecchino, contenenti tele di Andrea dell’Asta e della scuola napoletana, rappresentanti scene della vita e del martirio di S. Andrea.

L’interno presenta ancora qualche traccia della struttura originaria, come alcune colonne e capitelli classici individuati mediante saggi nelle pareti e nei pilastri, nonché archi moreschi intrecciati al di sotto degli stucchi barocchi del transetto.
Lungo le pareti laterali delle navate secondarie, coperte da volte a crociera, si aprono dieci cappelline che contengono tele sei-settecentesche e sculture marmoree e lignee di varie epoche.
Al di sopra dell’ingresso alla navata destra, il Miracolo di S. Andrea, tela di Ottavio Eliani (XVIII sec.).
Nella prima cappella, ancona marmorea con i santi Giovanni Evangelista, Benedetto, e il Battista; l’intero complesso, ad eccezione della statua mediana realizzata nel XVII sec., è della fine del XV sec..
Dopo la nicchia con la bara del Cristo portata in processione la sera del Venerdì Santo, seguono altre quattro cappelline con altrettante tele raffiguranti la Madonna del Rosario, S. Michele Arcangelo, S. Nicola e la Natività, opere di Silvestro Mirra ed allievi (inizi XVIII sec.).
Dopo la seconda cappella, in una nicchia a muro, reliquiario di S. Andrea in argento cesellato (XVI sec.).
Tra la terza e la quarta cappella si apre l’ingresso alla sacrestia: a pianta ottagonale con copertura a volta affrescata, fu costruita nel 1786.
Vi si conserva il Tesoro Sacro della Cattedrale: accanto ai numerosi pezzi di argenteria, reliquiario in avorio con scene del martirio dei SS. Cosma e Damiano, opera di Baldassarre degli Embriachi (sec. XIV); lettiga di viaggio di scuola cino-lusitana di Macao, adoperata dagli arcivescovi amalfitani e risalente al Seicento.
Di estremo interesse la mitra in oro, argento, gemme e perle, una delle più preziose del medioevo europeo: raffinatissimo prodotto dell’arte orafa napoletana, fu eseguita al tempo di Carlo II per il figlio Lodovico.
Calice in argento dorato (sec. XIV), dal piede ottagonale con gemme sfaccettate; sul lato anteriore, una minuscola edicola incornicia il Cristo Crocifisso. Stauroteca (reliquiario della S. Croce) in argento, della metà del XV sec.; sul lato anteriore, chiuso da un vetro, una piccola cresce del Sacro  Legno con testate coperte da lamine d’oro lisce. Collare dell’ordine del Toson d’Oro, in argento dorato con grande rubino pendente, di probabile provenienza madrilena (sec. XVII – XVIII).
Della porta seguente si accede alle scale della Cripta.
Tre gradini separano le navate laterali dal transetto: realizzato durante gli interventi di ampliamento del XIII sec., è coperto a cassettoni e conserva tele settecentesche di Giuseppe Castellano, raffiguranti la Vocazione di S: Andrea e la Pesca miracolosa. Nel transetto destro, dopo il sarcofago e la lastra marmorea dell’arcivescovo de Cunto (1503), è collocato un altro altare marmoreo arricchito da una tela con S. Antonio ed altri santi. Accanto all’altare maggiore è situata la settecentesca cappella del coro dei canonici: adattata a lipsanoteca, conserva nicchie e armadi reliquiari. Un pregevole paliotto con mosaici proveniente da un antico ambone del XII sec. adorna il piccolo altare in marmo.
Al centro del presbiterio, l’altare costituito dal sarcofago dell’arcivescovo Pietro Capuano (1360): nei rilievi, Cristo, la Vergine e gli Apostoli; sui due lati brevi, S. Basilio e S. Nicola di Bari.
Ai lati, due colonne monolitiche di granito rosso, provenienti forse da Paestum e sormontate da pregevoli capitelli, sorreggono l’arco trionfale. Accanto ad esse vi sono due candelabri, costituiti da colonne tortili, impreziosite da mosaici duecenteschi.
L’altare maggiore fu costruito tra il 1711 e il 1712 da Giuseppe e Paolo Mozzetti utilizzando i marmi da un antico altare appartenente al monastero di S. Maria di Positano. La grande tela del Martirio di S. Andrea fu dipinta nel 1715 dal dell’Asta, che realizzò anche gli affreschi del catino absidale rappresentanti S. Andrea, l’Assunta e S. Giovanni Battista. I due pulpiti laterali furono ricostruiti nel XVII sec. impiegando mosaici di un vecchio ambone del XII sec. .
Nel transetto sinistro, oltre ad un altare marmoreo con tela settecentesca raffigurante l’Auxilium Christianorum, si apre una cappella realizzata nel XVIII sec. interamente decorata con marmi policromi e coperta da una volta a vela affrescata.
Nelle cinque cappelle della navata sinistra, partendo dal transetto, vi sono tele raffiguranti S. Eustachio, la Madonna delle Grazie, S. Gaetano da Thiene e S. Andrea Avellino, e la Beata Vergine, anch’esse realizzate nel ‘700 da Silvestro Mirra e la sua scuola.
Nella cappella presso l’ingresso laterale sinistro, interamente affrescata, vasca in porfido rosso egiziano, proveniente da Paestum, in seguito adibita a fonte battesimale.
Fra le cappelle sono intercalate due porte murate, un tempo comunicanti con la basilica del Crocifisso; fra la terza e la quarta cappella, un sacro recinto con S. Raffaele e S. Michele. Accanto all’ingresso laterale sinistro, custodita in una teca in noce, una grande croce di madreperla donata da monsignor Ercolano Marini alla Chiesa di Amalfi al ritorno dal suo pellegrinaggio a Gerusalemme nel 1930. Al di sopra dello stesso ingresso, la Pesca miracolosa, tela realizzata negli anni ’50 del nostro secolo dell’artista russo Vassilij Necitailov.

Lungo la parete destra, una scalinata conduce alla sottostante Cripta.

Lungo le scale, urna marmorea utilizzata per il trasporto ad Amalfi delle reliquie di S. Andrea; di fronte, crocifisso ligneo del XVI sec. .
La Cripta fu costruita verso il 1203 per volontà del cardinale Pietro Capuano, che l’8 Maggio del 1208 vi introdusse le spoglie di S. Andrea trasportate da Costantinopoli al ritorno dalla IV Crociata.
Il corpo dell’Apostolo fu tumulato al centro della cripta ed intorno alla tomba furono realizzati nel corso del XVI sec. il ricco altare e la statua bronzea del santo, scolpita da Michelangelo Naccherino (allievo del Buonarroti), e le sculture marmoree di Pietro Bernini, raffiguranti S. Stefano e S. Lorenzo.
Le volte a crociere e le pareti della cripta furono affrescate agli inizi del XVII sec. da artisti napoletani con scene della vita del Cristo.
Uno degli affreschi, dipinto da Aniello Falcone verso il 1610, rievoca l’arrivo del corpo di S. Andrea in Cattedrale ed il miracolo del fanciullo che, cadendo dall’alto di un matroneo, resta incolume.
L’opera pittorica rappresenta un vero e proprio documento storico, in quanto costituisce l’unica testimonianza visiva dell’antica chiesa romanico-bizantina.
Gli intereventi di restauro, effettuati al tempo del vicereame spagnolo, furono finanziati dai sovrani di Spagna, per cui tuttora è possibile ammirare i loro emblemi araldici stampati a fuoco sui vetri delle finestre.
Fin dal 1304, in occasione di alcune festività religiose, nella cripta ha luogo il miracolo della manna, che consiste nella secrezione di un liquido oleoso sulle superfici della tomba di S. Andrea (feste e tradizioni).

All’uscita dalla Cripta, una scalinata-vicolo conduce sul corso delle Repubbliche Marinare. L’itinerario prosegue invece svoltando a destra lungo l’antico supportico S. Andrea, un vicolo coperto che si dirama al di sotto della Cattedrale. Dopo circa 30 m si giunge presso l’ingresso di una cappella, realizzata nel XIV sec. e dedicata a S. Anna.

Costituita da un unico ambiente coperto da una volta a vela rettangolare, è sostenuta su tre lati da archi a sesto ribassato.
Al di là del cancello in ferro si può vedere un semplice altare marmoreo su cui è collocata una tela settecentesca raffigurante S. Anna con la Madonna bambina. Il pavimento, probabilmente della fine del secolo scorso, è formato da mattonelle in ceramica intarsiate con motivi geometrici e a stella.

Procedendo lungo la salita Pietro Comite, la scalinata che si dirama a sinistra della chiesa di S. Anna, si giunge di nuovo in piazza Duomo, dopo esser passati sotto quella che fu la casa di Matteo Camera. Una lapide posta sulla facciata commemora l’autore (Amalfi 1807 – 1891) delle "Memorie Storico-diplomatiche dell’Antica Città e Ducato di Amalfi", la fonte più importante per la storiografia locale.




Osbert Sitwell
Una festa di Sant’Andrea (1925)
Lo scrittore inglese (1892-1969), autore di romanzi e versi in prevalgono gli intenti satirici, guarda la festa patronale con l’occhio curioso dell’osservatore straniero che mette in risalto gli aspetti più "folkloristici". La sua testimonianza è interessante anche in quanto documenta la presenza, alla festa di S. Andrea, di persone provenienti da Nola: quest’usanza, di data remota, e perpetuatasi fino a pochi anni fa, trova una plausibile spiegazione, nella storia dell’antico Ducato, nella figura di Raimondo del Balzo Orsini che nella prima metà del XV sec. fu duca di Amalfi e al tempo stesso conte di Nola e Sarno.


Durante tutto il pomeriggio i bambini della città spararono petardi in onore del santo patrono. Quindi, verso sera, ebbe luogo l’ufficio divino più importante. Salendo i gradini della cattedrale notammo due uomini, uno dei quali sembrava piuttosto depresso, in piedi alla base della scalinata, che guardavano in su, alle finestre illuminate. La cattedrale era troppo affollata, l’atmosfera quella di una prima teatrale. C’era un’aria di eccitazione compresa e di aspettazione. Tutti i contadini dei distretti limitrofi erano giunti per l’avvenimento, e tra loro vi era un gruppo di gente assai strana proveniente da Nola. Questa città ha la popolazione più fanatica di tutto il sud Europa, ed è qui che il culto di Apolloe i riti ad esso connessi continuano ancora sotto una mascheratura leggera. C’era un gran numero di vecchi seduti vicini che borbottavano per l’età e il fervore religioso, mentre i membri più giovani della congregazione si aggiravano chiacchierando e ridendo. La cattedrale risplendeva di candele e l’incenso restava sospeso in nuvole così dense da offuscare quasi le fiamme. Al centro di una composizione di fiori e candele stava l’elegante statua d’argento di Sant’Andrea, donata alla città da Filippo III di Spagna, splendida nella sua collocazione. Senza dubbio l’argento col quale era modellata era stato strappato con torture non meno terribili di quelle inflitte al santo che rappresentava, ai miseri indigeni del Messico e del Perù. Una moltitudine di persone si ammassava sulle porte spalancate, finchè la chiesa fu così piena che era difficile muoversi. Improvvisamente vi fu una grande commozione e si vide un piccolo gruppo avanzare attraverso la folla. All’inizio era impossibile distinguere la causa di questa confusione e immaginammo che qualcuno si fosse sentito male e venisse portato fuori. Ma quando il tumulto si avvicinò, vedemmo di che si trattava. Un vecchio dai capelli grigi stava strisciando sulle mani e sulle ginocchia lungo il pavimento della cattedrale, come una tartaruga, con la testa abbassata e la lingua protesa a toccare le piastrelle di marmo, che non erano certo molto pulite. Veniva guidato – in quanto la sua testa era troppo vicina al pavimento per vedere dove stava andando – da un altro vecchio che gli aveva legato al collo una lunga sciarpa e lo conduceva lentamente verso il sant’Andrea d’argento. Questa strana processione devota risalì fino in fondo la cattedrale, circondata dalla moltitudine curiosa. I due vecchi, che si trovavano al suo centro, erano quelli che avevano notato ai piedi della scalinata mentre guardavano in su alla chiesa illuminata. Quello che ora stava strisciando alla maniera che abbiamo descritta, aveva reso lo stesso servizio l’anno precedente: aveva pregato con ardore sant’Andrea e aveva fatto voto che se la sua preghiera fosse stata esaudita avrebbe dimostrato la propria gratitudine al santo risalendo a quattro zampe, fino al simulacro d’argento, letteralmente mordendo la polvere a mano a mano che avanzava: era uno spettacolo orribile e interessante al tempo stesso perché, malgrado nell’Europa e nell’Inghilterra medioevali un simile voto fosse un evento piuttosto comune , per livello di civiltà dell’Europa moderna, non era certo il genere di rappresentazione che ci saremmo aspettati di vedere in quest’epoca.

Osbert Sitwell, Discursions on travel






 
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